A quaranta anni dalla scomparsa (1986-2026), ricordando Italo Calvino e Umberto Eco.
J. L. Borges e le illuminazioni del racconto breve
Ricordare Jorge Luis Borges a quarant’anni dalla scomparsa, per noi è motivo di riflessione e di raccolta di impressioni che nel corso del tempo hanno catturato le nostre emozioni di lettori e di narratori. Incontrare lo “scrittore Borges” ha rappresentato un colpo di fulmine, sia sul versante della narrazione che della scrittura poetica non tralasciando alcuni suoi saggi critici, fondamentali per la nostra formazione. Jorge Luis Borges, è un grande scrittore perché è riuscito, attraverso la descrizione di dettagli e la partecipazione intuitiva dei lettori ad offrire delle strategie narrative di primaria importanza e che, come autore lo hanno supportato nel dare alle sue storie dei finali di partita, con risvolti paradossali, fantastici e perturbanti.
J. L. Borges, scrittore dall’efficace racconto breve, e anche autore di meravigliosi saggi con una profondità che ha saputo donare alla brevità della sua prosa, lo scatto dell’oro delle tigri, la pazienza del ragno, il fascino del labirinto, la passione per gli animali fantastici, la cura nella costruzione delle storie poliziesche, la partecipazione intima nel definire in modo profondo racconti di vite immaginarie intrecciate a vite storiche. Non sono infrequenti le narrazioni autobiografiche in cui la realtà e il sogno si fondono, ponendo al centro della storia protagonisti spesso sognanti e assenti, che ad un tratto, si trasformano in assassini o in vittime predestinate.
La narrazione di Jorge L. Borges, vibrante, per immagini luminose, per rifrazioni narrative, innervata a un sistema di ricerca del dettaglio, del frammento, delle scissioni emotive per dedizione ai miti esprime con risposte misteriose una scrittura che si trasforma in una lamella di fuoco tesa a scoprire le ipotesi, le fedi, gli agnosticismi e gli eterni problemi esistenziali e politici, indici di un mondo labirintico dove soltanto lo stupore e la meraviglia, rendono il mondo ancora carico di seduzioni, altrimenti, ci sarebbe soltanto la stasi gnomica di un silenzio mortale.
Il variegato mondo misterico e frantumato raccontato da Borges, è sempre in continuo mutamento, e consente una partecipazione attiva dei lettori, quando sono coinvolti dalle figurazioni della memoria storica ed esistenziale, e quando i loro sogni sono turbati dalla presenza degli dei immortali, che inavvertitamente feriscono i giorni che agli uomini mortali, restano da vivere.
Così, le rovine circolari, fatte di fango sacro, abitate dagli dèi immortali, si trasformano in anfiteatro vissuto da fantasmi, figure nascoste, ombre taciturne, che rendono tale luogo memorioso, un anfratto carsico denso di ineluttabile dolore, mentre la vicinanza di contadini e fantasmi confusi, sovvengono ai bisogni frugali dell’uomo grigio. Un sogno di sogni, uno specchio, un Aleph multiplo, onnivoro spazio del regno del sublime e del fascino della morte, si trasforma in luogo della memoria, senza canto e senza inni al dio sole e al dio dell’oro delle tigri, costruendo un anfiteatro dove gli ultimi sopravvissuti sono in attesa del finale di partita. Che non arriverà mai.
Così, le rovine circolari, con la presenza immutabile ed eterna dell’Aleph, rappresentano gli spazi sentimentali e memoriosi, dove anime dantesche, si ritroveranno, senza confondersi, in tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli di una luce eterea. E le anime dantesche borgesiane, apparentate a quelle della Commedia di Dante Alighieri, saranno anche rigenerate, dagli dèi immortali, attraverso i manoscritti a forma di clessidra, ritrovati per caso, tesi alla distruzione, come i libri di sabbia, a rischio devastazione per le richieste ultime delle clessidre. Saranno, queste, delle occasioni fatali degli dèi immortali finalizzate alla modulazione del sentire degli uomini, rispetto alla legge della natura e alla legge del destino, e ricercando, attraverso la lotta intestina, soluzioni interne e provvisorie. Un gioco di maschere e di coupe de foudre, un gioco di teatro nel teatro, dove i protagonisti, con lo stesso cuore e lo stesso dolore, mutano stanze, luoghi e avvenimenti, ripristinando il gioco delle esistenze mascherate.
Così, la rete dei significati borgesiani spinge a riprendere la metafora della vita, come costellazione di eventi, sogni, conseguenze, coincidenze e isolamenti, protezioni e fughe e l’esperienza umana – sostiene J. L. Borges - non basterà a contenerle, in quanto hanno bisogno di dare spazio a tali registri emotivi, strutturati da esercizi di vita provvisoria, esercizi di sostentamento spirituale, precipitati di alchimie, profusi, tra misteri esoterici, biblioteche fameliche e labirinti onnivori.
E il gioco delle finzioni si fa sempre più pressante, più strenuo: la morte e le sue evidenti protuberanze non lascia scampo e allora, nascondersi dalla morte scegliendo di vivere e morire tra i libri, in una biblioteca nascosta nella Torre di Babele, vuol dire, essere capaci di sfidare il proprio destino e farne parte, fino in fondo. E allora, tra luce e buio, i sentieri che si biforcano rappresentano le strade che bisogna raggiungere per capire dove si nascondono il bene e il male delle relazioni umane, spesso aggressive, molto spesso, violente e brutali. E soltanto la calma di una riflessione, la stasi per alcuni periodi in un labirinto possono creare le condizioni per estirpare il fascino che la Torre di Babele proietta sui lettori e sugli abitanti delle rovine circolari.
Ma non è semplice: troppi elementi dissonanti, troppi sogni, troppi maghi e inventori, ma anche mostri primitivi, lontano millenni dai nostri giorni, con l’aiuto creativo di J. L. Borges, riescono a rivivere nella nostra memoria breve, intima, solitaria e destrutturata dalle leggi distruttive del tempo. La letteratura definita da J. L. Borges è uno specchio nello specchio, una scintilla di frammenti di frammenti, una goccia d’acqua nel mare del deserto, una cavalcata fatta in groppa a Pegaso senza dimenticare Dante, e le sue nostalgie, né Ulisse a cui l’autore argentino ha dedicato notevoli illuminazioni critiche.
Emerge dal narrare breve borgesiano, un linguaggio inventato da un mago e accettato da tutti gli altri esseri, immaginari e non, e tale alfabeto reale e allo stesso tempo, immaginario, permette di stabilire una dialettica con il mondo, una conversazione e una discussione tra tutti gli invitati e non invitati al desco della poesia borgesiana, facendo respirare un’aria di magia e di esoterismo illuminati dai racconti disseminati di rivi misterici e specchi infiniti.
J. L. Borges e gli scrittori italiani del Novecento
L’influenza della narrazione e della produzione ideativa di J. L. Borges in Italia ha ottenuto grande rilevo ed interesse da parte di scrittori come Italo Calvino, Umberto Eco, Leonardo Sciascia e Antonio Tabucchi. L’intreccio narrativo tra gli scrittori italiani e lo scrittore argentino a partire dal 1955, anno in cui è stato pubblicato La Biblioteca di Babele, per Einaudi, con la traduzione di Franco Lucentini, ha consentito ai nostri autori, di rilevare una serie di influenze, di suggestioni, di riflessioni, di motivi ricorrenti, legati l’un l’altro, e addomesticati da ogni autore ai fini della propria produzione creativa.
Italo Calvino scrive nelle Lezioni Americane, che: “Con Borges nasce una letteratura elevata al quadrato e nello stesso tempo una letteratura come estrazione della radice quadrata di se stessa: una “letteratura potenziale” per usare un termine che sarà applicato più tardi in Francia, ma i cui preannunci possono essere trovati in Ficciones (La Biblioteca di Babele) negli spunti e formule di quelle che avrebbero potuto essere le opere di un ipotetico autore chiamato Herbert Quain.”
Roberto Paoli nel suo saggio “Borges e gli scrittori italiani” delinea che: “Il nome della Rosa è un giallo, ed Umberto Eco, tra l’altro, si è evidentemente interessato alle strutture poliziesche audaci e sorprendenti dei racconti di Borges. Teoricamente è stato stimolato dai Sei problemi per don Isidro Parodi, la prima raccolta di racconti gialli del duo Borges- Bioy Casares, sui quali ha scritto L’abduzione di Uqbar, incluso in Sugli specchi e altri saggi (1985). “In questo saggio - continua R. Paoli – Umberto Eco spiega che i ragionamenti dei racconti gialli di Borges e di Bioy, così come quelli di Poe e di Conan Doyle, o di lui stesso nel “Nome della rosa” non sono propriamente né deduzioni né induzioni, ma pure abduzioni (…) ciò che usualmente chiamiamo congettura, ipotesi, intuizione.” Scrive Umberto Eco: “Nessuno vive nell’immediato presente: tutti colleghiamo cose ed eventi mediante il collante della memoria personale e collettiva (storia o mito che sia). (..) Questo intrico di memoria individuale e collettiva allunga la nostra vita, sia pure all’indietro, e ci fa balenare davanti agli occhi della mente una promessa di immortalità. Godere di questa memoria collettiva (attraverso il racconto degli anziani o attraverso i libri) ci pone un poco nella condizione di Borges davanti al punto magico dell’Aleph: in qualche modo nel corso della nostra vita noi possiamo rabbrividire con Napoleone, per un levarsi improvviso del vento dell’Atlantico su Sant’Elena, gioire con Enrico V per la vittoria di Azincourt, soffrire con Cesare per il tradimento di Bruto. Allora è facile capire perché la finzione narrativa ci affascina tanto.” E U. Eco continua: “Ci offre la possibilità di esercitare senza limiti quella facoltà che noi usiamo sia per percepire il mondo sia per ricostruire il passato. La finzione ha la stessa funzione del gioco.”
J. L. Borges, infatti, incarna la letteratura come strategia di gioco, come svolgimento di una partita a scacchi, come attraversamenti di zone misteriche di universi duplici, inventati e rispecchianti altri mondi convessi. Tale gioco di finzioni, risulta per il lettore una manovra interiore, strategica e creativa, finalizzata a sfuggire alla realtà intrisa di drammaticità e di lutti. Difatti, la geometria della scrittura borgesiana, permette di definire e ipotizzare congetture e confutazioni utili per vincere l’oscurità del labirinto, per destrutturare l’anima del Minotauro e avendo cura di attraversare gli specchi con simpatia ed emozioni.
Emerge, così, un alfabeto della letteratura fantastica di J. L. Borges, costituito da emblemi, cosmogonie, mappe intricate, muri ciechi di labirinti senza vie d’uscita, linguaggi e lingue sconosciute, plurimi segni di alfabeti remoti nel tempo e nello spazio. Così, l’alfabeto narrativo borgesiano, si arricchisce di risonanze argentine e di risonanze europee e internazionali facendo della letteratura un gioco della memoria, un gioco della finzione e un gioco di maschere, di doppi, dove i sogni nascondono trappole ma anche novità esilaranti, gioie invisibili, passioni vegetali per un mondo naturale, dove musica, cinema e letteratura, si fondono. Così, iconologie, libri e collezioni, raccolti nella grande Biblioteca di Babele, tra manoscritti e libri di sabbia, promuovono con Borges, un giardino invisibile, ma allo stesso tempo, profumato e nostalgico, dove un’estasi dolce e fantasiosa, ilare e icastica, non basta ai lettori per sopravvivere alla Sindrome di Stendhal, in questo caso alla Sindrome di Borges-Funes, ma occorre far risuonare la musica borgesiana dell’ironia e del falsetto per non essere ammaliati dalla musica argentina. La Sindrome di Funes-Borges consiste nello sviluppo di situazioni emotive che spesso i lettori, ma non tutti, provano durante la lettura di opere come L'Aleph, oppure Finzioni o il Manuale di zoologia fantastica, e cioè, vertigini e confusione emotiva, perturbante interiori e chiusura in sé stessi per provate a rimuovere l'ostacolo che impedisce di leggere queste opere di J. L. Borges.
La sindrome di Borges-Funes, si intreccia alla sostanza narrativa di opere di letteratura fantastica, dove lo straniamento e la dissonanza cognitiva opera, nella vita interiore del lettore, un plusvalore emotivo che si ritrova ad affrontare viaggiando in una costellazione labirintica, tra luoghi della memoria personale, luoghi della Storia, luoghi fantastici e luoghi invisibili, inesistenti e ridotti a frammenti pulviscolari. Vivere per il lettore, in un frammento pulviscolare, una esperienza dissociata, tra letteratura fantastica, letteratura poliziesca, con il gioco tra il doppio e l'altro, il sogno e le scissioni emotive, rende verificabile la sua esperienza letteraria, interconnessa, all'azione interiore provocata dalla Sindrome di Funes-Borges.
L’influenza che Borges ha avuto sugli scrittori italiani operanti nella metà Novecento è stata notevole, in quanto ha promosso, da un lato, il superamento della stasi creativa che si era formata con il neorealismo in letteratura e in altri ambiti artistici, dall’altro, ha consolidato e confermato, valorizzandolo, ciò che Giovanni Papini (un racconto dell’autore è stato antologizzato in una raccolta di racconti realizzata da Borges), Massimo Bontempelli, Tommaso Landolfi e Dino Buzzati avevano promosso dal punto di vista della letteratura fantastica. Tale esperienza letteraria arricchita dalla narrazione prismatica, perturbata, innovativa e a tratti fortemente sperimentale, e in continuità con la specificità fantastica, realizzata e provocata da Italo Calvino, Umberto Eco, Antonio Tabucchi e Leonardo Sciascia.
Gli elementi raccolti, confermano, per strategie generali, la qualità positiva dell’inferenza narrativa che lo scrittore argentino Borges ha disseminato sul piano innovativo della letteratura italiana, creando una sinergia produttiva e provocatoria, tra romanzo storico, racconto poliziesco, narrativa fantastica e racconto breve. La scrittura narrativa di J. L. Borges, muove da scintille, da esplosioni di senso, da magiche figurazioni e il catalogo della scrittura fantastica borgesiano si alimenta di sospensioni di giudizio, interrogazioni, paradossi, mondi invisibili, destini traditi, violenze gratuite e in tutto ciò, si sottolinea la “Funzione Kafka” presente nella narrativa borgesiana. Tale funzione rappresenta lo specchio dei delitti gratuiti, prodotti senza un reale motivo, violenze paradossali che aprono scenari sulla vita e sulla morte, sul gioco infernale della vita che si muove alle spalle degli esseri umani, travolgendoli, improvvisamente. Certo, come da luce appare e dispare altra luce, come l’ombra si dichiara attraverso scissioni di tremori e timori, paure e dissonanze emotive, la funzione della letteratura borgesiana ha lasciato un segno indelebile nella letteratura francese e italiana, e nel mondo, animando il teatro letterario di figure fantastiche e potenziali e sottraendo peso alle parole, sottolineando come il racconto breve possa essere la nuova esplosione narrativa di un futuro prossimo a noi presente e immediato.
Nota di letture
J. L. Borges, La Biblioteca di Babele, Einaudi, Torino, 1955;
J. L. Borges, Finzioni (La Biblioteca di Babele), Einaudi, Torino, 1961;
I. Calvino, Il Castello dei destini incrociati, Einaudi, Torino, 1973;
I. Calvino, Lezioni Americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Garzanti, Milano, 1988;
U. Eco, Il nome della rosa, Bompiani, Milano, 1980;
U. Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani, 1994;
G. Lagrasta, J. L. Borges, Italo Calvino. Dialoghi immaginari, Luoghinteriori, Città di Castello, 2025;
F. Flores Maio, La Biblioteca de Borges, Paripè Books, Madrid-Buenos Aires, 2025;
F. Flores Maio, Seres Imaginarios de Borges, Penguin Random House, Buenos Aires, 2022;
R. Paoli, Borges e gli scrittori Italiani, Liguori Editore, Napoli, 1997;
L. Sciascia, Cronachette, Sellerio, Palermo, 1985;
A. Tabucchi, Viaggi e altri viaggi, Feltrinelli, Milano, 2010;
C. Vian, Invito alla lettura di Borges, Mursia, Milano, 1980.

